RICCARDO FOGLI
Riccardo Fogli nasce a Pontedera (PI) il 21 ottobre 1947.
Studiò musica nella banda cittadina ed in seguito prese delle lezioni di canto e di basso elettrico dal maestro Santernecchi di Montecarvoli.
Lavorando alla Piaggio come metalmeccanico conobbe musicisti con i quali iniziò a cantare nelle sale da ballo le canzoni di moda di quel periodo.
Il salto di qualità avvenne nel 1963, quando vinse il primo premio al Festival di Cascine di Buti in provincia di Pisa, con la canzone di Gianni Morandi “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte”.
A Piombino, dove aveva trovato un lavoro da gommista, conobbe gli Slenders, una band che faceva musica rock. Con loro la musica da passatempo si trasformò in una cosa seria ed impegnativa, provavano tutti i giorni e cercavano di emulare i loro modelli ispiratori, i Beatles.
L’incontro con i Pooh avvenne al Piper di Milano dove Riccardo e gli Slenders suonavano da 15 giorni. I ragazzi di Piombino dopo aver cercato il successo per due anni in giro per l’Italia, stavano tornando a casa con la valigia piena di cambiali, senza che il successo si fosse fatto vivo. I Pooh erano già abbastanza famosi, infatti avevano inciso due 45 giri. Chiesero a Riccardo se voleva unirsi a loro ed egli accettò ed iniziò l’avventura con loro nel luglio del 1966.
Il successo arrivò con Piccola Katy nel 1968. Insieme con i Pooh visse gli anni staordinari di “Opera prima” e “Alessandra”, album storici che contengono canzoni come “Tanta voglia di lei” “Pensiero” “Noi due nel mondo e nell’anima” “Nascerò con te” ed altre indimenticabili.
Nel 1973 Riccardo Fogli diventa solista, una scelta difficile, una decisione sofferta, coraggiosa e discussa e forse incosciente: ancora se ne parla.
Il tempo rimargina le ferite e Riccardo riuscì a farcela da solo con la canzone “Mondo” nella quale si parla della sua vita, dei suoi affetti e dei suoi amici. Con quella canzone ritornò a lavorare con il vecchio produttore dei Pooh, con il quale continuò a collaborare fino al 1991.
In quegli anni scrisse anche “Matteo” con Marcello Aitani, suo amico e musicista, la storia inquietante di un uomo che nasce vecchio e vive la vita al contrario, non verrà stampato per la mancanza di coraggio dei suoi discografici, fortunamente sarà recuperato dal giornale “Raro” e pubblicato in 1000 introvabili esemplari nell’anno 2000, a più di venti anni dalla scrittura.
Nel 1979 incontrò Maurizio Fabrizio con cui Riccardo scrisse il testo “Che ne sai” che racconta di un amore nato dove le case sono bianche e dove c’è molto sole.
Con Maurizio e Guido Morra iniziò la produzione di canzoni importanti come “Malinconia”, che vinse il Festivalbar di Verona e la Vela d’Oro di Riva del Garda e “Storie di tutti i giorni” che arrivò prima al Festival di Sanremo nel 1982.
Nel 1983 a Monaco di Baviera in Germania, Riccardo Fogli rappresentò l’Italia all’Eurofestival con la canzone “Per Lucia”, scritta insieme al poeta siciliano Vincenzo Spampanato, nella quale si racconta del sogno di abbattere il Muro di Berlino che aveva diviso un grande amore. Un desiderio che di lì a pochi anni diventerà realtà.
Seguirono importanti partecipazioni al Festival di Sanremo. Il 1991 è l’anno di “Io ti prego di ascoltare” con cui raccolse il consenso della critica e nel 1992 partecipò a Sanremo con “In una notte così” che Riccardo aveva sentito provinare da Mia Martini mentre stava incidendo “Teatrino Meccanico” ad Arezzo. Con “Fogli su Fogli” acustico, vengono rivisitati brani di grande emozione come “Monica”, che ottenne un grande successo radiofonico in tutta Italia. Nel 1996 partecipò nuovamente al Festival di Sanremo con “Romanzo”, mentre due anni dopo incise il CD “Ballando” con 7 brani inediti prodotto da una suo grande amico e musicista Fabio Pianigiani.
La passione per la musica probabilmente me l’ha trasmessa la mia mamma, passava ore interminabili a cucire a mano non ricordo bene cosa, so però che erano molto utili i due soldini che guadagnava.
Io ero lì vicino a lei che con la radio accesa accendeva il mio cuore.
Ascoltavo la radio e cantavo sopra tutto quello che veniva trasmesso, da Gianni Morandi a Peppino di Capri, ma anche quei nuovi cantanti americani Paul Anka, Neil Sedaka e forse Claudio Villa che era il preferito di mamma.
Si dice che da ragazzina, mamma, sgattaiolasse nella vicina chiesa e suonasse motivetti alla moda con la complicità del parroco, al quale doveva corrispondere in cambio uova e pomodori dell’orto; c’è sempre un piccolo prezzo da pagare nella vita.
Già a scuola la prof. intuì il mio talento...scherzo! Ero così timido, povero, magrino magrino, che non ebbi subito parti importanti, anzi, mi nascondevo non le cercavo.
In seguito però, qualcosa cambiò perché...avevo nella gola (così diceva la prof.) qualcosa di speciale...non esagererei, però mi aiutò a vivere.
Capii presto come stavano le cose, il mio babbo metalmeccanico felice, un giorno si disse: “Ma se io sono felice qui in fabbrica, lavoro le mie otto ore e quando torno a casa ho la mia famiglia, i miei figli e non mi manca niente...perché non far sì che anche mio figlio diventi un felice metalmeccanico come me, da grande?”
E così a 14 anni fui assunto alla Piaggio e diventai un mitico metalmeccanico, con tanto di cartellino da timbrare all’ingresso e all’uscita, ero utile alla mia famiglia con le mie 20.000 lire al mese e, tutto sommato, ero un “bimbo lavoratore” felice.
Ora sono incazzato come una bestia! A quattordici anni si ha ancora il diritto di studiare, di giocare, non si può avere dei doveri così presto, non così presto! L’istruzione è un dovere.
Mi mancano nei discorsi con i miei amici quegli anni di scuola che non ho vissuto, la conoscenza di quelle cose che s’imparano solo in quegli anni.
Quanti slalom ho dovuto, e devo ancora fare, in certe situazioni: Aristotele, Machiavelli, Vandelli, per me potrebbero essere i membri di un bel trio rock, con Platone cantante solista, ma non è così e allora...
Ho imparato con il tempo che un bel silenzio, in certi casi, vale come dieci risposte in un quiz a premi. Ero un giovane felice metalmeccanico, canticchiavo sulla mia bicicletta, mente smistavo la posta all’interno della fabbrica, la mitica Piaggio.
Ho imparato tante cose lì, che nessuna scuola insegna.
Un giorno, un signore che io ricordo di una certa età (ne avrà avuti trentacinque), mi disse: “Riccardino se vuoi fare il cantante devi andare a scuola”. Mi portò da un maestro che in realtà era un grande musicista e insegnante, si chiamava Santarnecchi di Montecarvoli (PI); lui mi insegnò le prime canzoni, mi consigliò di studiare il basso, di studiare la musica, mi spiegò che un cantante che non conosce neanche un pò di musica è come un uomo che si sente poeta, ma non sa né leggere né scrivere.
Mi facevo in bici ogni giorno una decina di chilometri tra andata e ritorno, avevo lezione la sera dopo aver lavorato in fabbrica almeno otto ore.
La domenica, a volte, mi portavano con loro dei musicisti che avevo conosciuto in fabbrica, gente un pò anziana, tutti sui 35 anni! Cantavo con loro una decina di canzoni, il mio cachet allora si aggirava intorno alle 500 lire, quelle d’argento, ma accettavo anche salami, caciotte o mezza spalla di prosciutto da dividere. A casa, comunque, portavo sempre qualcosa.
Per quelli come noi la musica è stata il gancio in mezzo al cielo.
Portavamo pantaloni a zampa d’elefante, le camicie a fiori e i primi coraggiosi orecchini.
In certe città quando camminavamo per strada ci prendevano in giro e mi chiamavano “bella morettina”, ero 63 kg di muscoli ed incazzatura, quante botte ho preso, ma quante ne ho date. Quando le cose si mettevano male urlavo: “Fuga...fuga tattica”; è lì che ho cominciato a correre e non ho ancora smesso.Mi ricordo la mia mamma quando sono arrivato a casa dopo essere diventato uno dei Pooh da pochi giorni, avevo un orecchino piccolo, ma piccolo, che io pensavo invisibile in mezzo ad una massa esagerata di capelli neri, erano le quattro del mattino, mi abbracciò e subito dopo, invece di guardarmi negli occhi, vidi che guardava l’orecchino.
“Con l’orecchino – mi disse – e te, con l’orecchino come le donne dove vorresti andare?”
Parlammo tutta la notte, mamma mi capiva, e dove non mi capiva, mi dava fiducia...ce ne voleva tanta di fiducia alle volte.
Io...cioè noi, in quel periodo eravamo un pò strani, beh, un pò lo siamo anche ora, ma meno. Ecco, potrei dire che la musica per me, per quelli come noi, è stata un pò come una mamma con la quale alla fine ci si capisce sempre.
Scrivere canzoni, cioè buttare giù delle idee di testo, è una forma di psicanalisi che io consiglio a tutti. A me succede la notte, specialmente la notte. La notte mi fa compagnia, mi stimola la fantasia, la musica e la radio diventano “il” riferimento, i chilometri si consumano da soli, senza fatica, e quando arrivi a casa o in hotel e spegni il motore, si spegne anche un pò di te.
Di notte poi, alcuni dj hanno la capacità di trasmettere la canzone che mi serve proprio in quel momento, è una magia che si avvera spesso.
Ogni regione che si attraversa ha il suo suono, che nasce dalla scelta delle canzoni da trasmettere. I dj sono come noi, un pò strani, alcuni sono musicisti e bravi ragazzi, altri si sentono dei Gesuccristi, ma non è colpa loro, è che loro hanno il loro regno, è da li che dominano.
Poi diventano grandi, non necessariamente vecchi, e cambiano, ma a me va bene lo stesso perché la musica, e solo la musica, può unire.
Le cose che scrivo di notte probabilmente sono influenzate sì dalla musica che ascolto, ma anche da com’è andato il concerto, dal libro che sto leggendo, insomma, dallo stato d’animo di quel momento.
Di notte i suoni arrivano da lontano, sono vulnerabili, più umani ed identificabili, insomma li riconosci, non come di giorno che è tutto un gran casino.
Potrei scrivere un libro sulle facce che si incontrano nei bar in autostrada di notte...compresa la mia, certo! Musicisti, camionisti, poliziotti, ragazze che si danno da fare...forse per alcune di loro, è proprio la notte la loro mamma.
C’è meno razzismo, o classismo, di notte, intendo dire quella cosa che determina l’ostilità nei confronti di qualcun altro che, secondo te, è diverso, ma ...diverso da che?
Di notte siamo tutti un pochino diversi, siamo tutti un pò stranieri, ognuno a modo suo, con la musica a tutta canna che ci guida.
Tutto questo è una canzone già scritta mille volte e che un giorno di questi riscriverò.
Quando dico che la musica è la mia vita, non è retorica.
Ma non vorrei ridurla ad un mestiere, il tempo dei sogni non è finito, ma è anche tempo di bilanci. Io vivo facendo il musicista, a modo mio, da una vita, questo è il grande sogno realizzato.
I Beatles hanno cambiato il mio modo di intendere la vita, passando attraverso la musica. Come dei fratelli maggiori, guidandoci, ci hanno illuminati. Se loro si facevano crescere i baffi, anche noi ce li facevamo crescere, e se loro li tagliavano, noi ce li tagliavamo; che c’è di strano? In qualcosa o in qualcuno bisogna pur credere. Ma non era solo questo che imitavamo di loro, era il senso della libertà che rappresentavano attraverso la loro musica, che ci faceva sentire speciali, forti e liberi...anche a Piombino, dove io vivevo. Facendo il gommista, questa idea non era facile da mettere in pratica.
Suonando e cantando le loro canzoni, in quell’inglese un pò toscanizzato, maccheronico, era come condividere la loro storia e i loro cambiamenti.
Io e il mio amico ROBY FACINI siamo stati in “pellegrinaggio” ad Amburgo, dove hanno suonato prima di diventare il MITO della nostra generazione; eravamo emozionati come due pischelli, due bischeroni di mezza età, alle due di notte con un freddo cane ad annusare l’aria.
Lui, Roby, ad un certo punto disse di sentire ancora le vibrazioni “nell’aria”, io avevo un freddo e una fame che, se anche fosse venuto il terremoto, le vibrazioni non l’avrei sentite. Ma lui Roby Facini, chitarrista mitico di Parma e il mio migliore amico da 29 anni, va preso così; io gli dissi: “Si, qualche vibrazione la sento anch’io, ma andiamo a cena che ho un freddo e una fame da morire”. Fu veramente una giornata indimenticabile.
Per me è una passione, un tarlo, anche se non sono un grande musicista, con il basso tra le mani, dicono che la mia espressione cambi.
Ho sempre avuto un certo modo di toccare le corde, con la destra, che dà al basso un suono strano, compresso, grintoso...mio!
Quando ancora suonavo con i Pooh, ma anche dopo, c’erano i ragazzini sotto il palco che cercavano di capire come ottenessi quel suono, con qualunque basso ottenevo quel suono compresso, devastante. Modestia a parte, la classe non è acqua.
Ci sono diverse scuole di pensiero, a proposito dell’atteggiamento da tenere con il pubblico. Anche in questo io mi dissocio da qualunque tatticismo, il pubblico compra i miei dischi, ama le mie canzoni, viene ai miei concerti, mi dà da vivere, mi vuole bene e io che faccio? Non gli voglio bene? Ma scherziamo?!
Quando in qualche aeroporto o Autogrill, vengo riconosciuto è una festa, la mia festa, e io che faccio, scappo? Faccio il prezioso? Certo ci vuole il fisico, a volte qualcuno è un pò invadente, ma è così bello essere riconosciuto e stimato.
E allora, se io posso essere, per un momento, gioia nella vita di qualcuno, la gioia è anche mia.